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CULTURA E TURISMO

CULTURA E TURISMO

La Storia

Il nome più antico del villaggio compare in un atto notarile del 1130, nel quale ARZOCU DE LACON dona alla chiesa di S. Maria di Lotzorai i servi, le serve, le vigne ed ogni bene posseduto a Jerzu.

Il testo, contenuto nelle “Carte volgari”, Firenze 1905, a cura di Arrigo Solmi, dichiara: “in nomine patris et filii et spiritus sancti, amen. Ego iudigi Soluni de Lacon, cum mulieri mia donna furgia de Unali…et eu donnigellu Arzzoccu, cum lebandu assoltura daba su donnu miu iudigi Saluni de Lacon… fazzulla custa cata pro causa mia, cantu appu in trigonia de Barbaria, ka lla dau a Sancta Maria de Lozzorai...
Daulli sa domu de Tortoilì cum serbus et aukillas et dau sa domu de Bari…. Et in Jerzzu, serbus et aukillas et binias et terras et omnia causa cantu illoi apu, et issu ortu de su kidru de Currele et omnia causa cantu apu in curadoria de Barbaria”.

Dal documento risultano due aspetti interessanti:

  1. Jerzu (nell’atto è scritto Jerzzu) è compreso nella trigonia di Barbaria, della quale facevano parte Tortoli, Girasole, Barisardo. Secondo alcuni studiosi questo fatto proverebbe l’ipotesi che Jerzu sorgesse originariamente in riva al mare, da dove fu costretto a spostarsi a causa delle scorrerie pisane durante le lotte tra i Giudicati.
    Questa ipotesi sarebbe comprovata dal fatto che quando Jerzu compare, nel 1316, tra i paesi che pagavano le tasse ai Camerari Pisani nel Castello di Cagliari, il paese è indicato come “Jerzu de montibus” quasi a volerlo distinguere da un altro paese situato in pianura.
    In realtà la denominazione “de montibus” compare anche a fianco di altri centri abitati per i quali paiono non sussistere dubbi di un sito di appartenenza sempre e comunque mai in pianura.
    Appare dunque molto più credibile l’ipotesi che vede Jerzu da sempre nel sito odierno come centro di raccolta delle popolazioni nuragiche che vivevano intorno al Monte Corongiu e posto avanzato della dominazione romana contro le tribù barbariensi dell’interno. Già da allora Jerzu doveva avere il controllo della piana del Pelau, poiché solo in pianura poteva trovare mezzi di sussistenza che la montagna non dava.
  2. Il secondo elemento deriva dall’immediato accostamento di Jerzu a “is binias”, con una connessione di rilievo che segna e da subito, una vocazione del territorio storicamente assimilata a dote naturale.

La storia del villaggio diventa poi avara di documenti e poco si sa sulla sua vita: solo seguendo le vicende di altri paesi d’Ogliastra possiamo, per assimilazione, pensare che anche Jerzu diventò feudo di Berengario Carroz che nel 1323 sconfisse i Pisani.

La storia riprende attraverso i “quinque libri” compilati dai parroci in tutte le parrocchie. In essi venivano riportati i dati di tipo anagrafico più alcuni testamenti; questa iniziativa caratterizzò il parroco Don Angelo Coro, a partire dal 1558. In questi anni Jerzu era un misero villaggio di 110 fuochi (circa 400/450 abitanti): venivano censiti quelli che erano in grado di pagare le tasse.

Dalle notizie emerge una vita disposta su livelli di sussistenza a contrastare epidemie e carestie. Pochi testamenti; ma è singolare che in uno di esse, mentre si certifica la divisione dei pochi beni posseduti, si dia rilievo a “su stergiu de su ‘inu” ossia l’occorrente per la cantina, a conferma di una comunità e di una economia che viveva, allora come oggi, sulla produzione del vino.

I documenti danno conto di una curva demografica che segna alti e bassi in parallelo rispetto all’incremento e decremento delle produzioni agricole nelle quali spicca la viticoltura e il commercio del suo prodotto nobile: il vino Cannonau.
Fra il 1500 e il 1750 gli abitanti diventano circa 1000 e li troviamo, in più atti, protagonisti di coraggiose proteste per difendere, davanti ad autorità amministrative, le “vie del vino”.
Le direttrici del percorso commerciale, le due “vie del vino”, come ancora a Jerzu sono ricordate, erano a cavallo o con il carro a buoi verso il Nuorese o verso il Sarrabus da dove veniva inviato a Cagliari o a Genova tramite i velieri che attraccavano nella baia di Colostrai (Villaputzu).
Alla fine del 1700 si colloca la vertenza tra il comune di Jerzu e il Sarrabus, che pretendeva di imporre una non meglio definita “tassa de majoria” per ogni cavallo di vino in transito nel suo territorio.
Gli ierzesi si appellarono all’autorità del feudatario e sulla base di antichi codicilli (come riporta T. Serra in: Jerzu, 'Storia di un paese contadino”, pag. 14, ed. Della Torre) furono esonerati dal pagare l’iniquo balzello.

La vicenda, in sé modesta, fece capire agli jerzesi che occorreva uscire dall’isolamento per crescere economicamente e coniugare assieme una produzione sempre più specializzata e diffusa e un commercio che doveva raggiungere mercati ricchi per diventare remunerativo e assicurare, così, dignitose condizioni di vita.

Attraverso alcune figure di spicco il paese intraprese una grande rivendicazione per ottenere collegamenti più razionali con le altre zone.
Coinvolse nella rivendicazione altri paesi arrivando a offrire, nel 1840, diecimila giornate lavorative gratuite per una dorsale che avrebbe dovuto unire l’Ogliastra al Campidano attraverso il Sarcidano, la Trexenta e il Gerrei.
L’Orientale Sarda venne realizzata nel 1872.

Nel 1870 l’ierzese Nicolò Businco organizzò un vasto movimento di opinione con comizi ( la parlata ) che si tennero a Jerzu, Tortolì e Lanusei davanti a deputati nazionali, per la realizzazione di un tracciato ferroviario che collegasse l’Ogliastra al Campidano e al Nuorese. Nicolò Businco fondò e diresse, nel 1882, un giornale locale (L’Ogliastra ) che ospitò il dibattito e il confronto fino alla realizzazione della linea ferroviaria: nel 1893, il fischio della vaporiera echeggiò prima a Gairo e poi, nel novembre dello stesso anno, a Jerzu.
Cagliari, con il suo mercato ambito dai vignaioli di Jerzu, distava solo 9 ore di viaggio, rispetto ai 10 giorni a cavallo o col carro.
Nuoro veniva ancora raggiunto con il carro a buoi, con viaggi epici che duravano 7 giorni, ma il collegamento con Cagliari rappresentò una rivoluzione sociale per contadini del cannonau.

Scrive T. Serra: “ Quando nel 1956, sessant’anni dopo la sua costruzione, la linea ferroviaria dovette arrendersi alla nuova era delle corriere, gli Jerzesi si sentirono defraudati: ebbero l’impressione che si spegnesse un’era fatta di sacrifici ma anche di speranze“ (Jerzu, la gente, i luoghi, la memoria; Zonza Editori 1999).

Si aveva la sensazione che la grande impresa compiuta nei primi anni del ‘900 (dal 1902 al 1910), con la sconfitta della fillossera, che distrusse completamente le vigne di Jerzu, provocandone l’abbandono e determinando un grande flusso migratorio dei contadini verso le Americhe e l’Africa, fosse diventata vana e per la comunità si profilasse, nuovamente, la via dell’emigrazione lungo, peraltro, la stessa via del vino.

È in questo contesto che nacque l’idea di un sistema compiuto di lavorazione e commercializzazione del prodotto più rappresentativo e identificativo di cui gli Jerzesi si sentivano depositari: LA CANTINA SOCIALE.

Negli anni cinquanta, la Cantina raccoglieva l’uva dei contadini ierzesi, creando un marchio che richiama la storia di una comunità a garanzia della sua riconosciuta qualità: CANNONAU DEGLI ANTICHI PODERI DI JERZU.

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